La diffamazione a mezzo Facebook – anche aggravata – non legittima la condanna alla reclusione

Il Signor P.D. era stato condannato alla pena di 20 giorni di reclusione ed al risarcimento in favore della persona offesa, costituitasi parte civile - della somma di € 7.000, comprensiva del «profilo morale e patrimoniale»

A seguito della sentenza di condanna inflitta dalla Corte d’Appello di Milano al Signor P.D, per aver diffamato sul social network Facebook la Signora R.V.V., lo stesso ricorreva per Cassazione articolando cinque motivi. La Suprema Corte (sentenza 33495/2019) ha ritenuto il ricorso parzialmente fondato. Non ritenendo «sufficientemente motivata la ragione che ha indotto a ritenere adeguata e congrua la pena detentiva, tenuto anche conto, come evidenziato dal ricorrente, dell’età dell’imputato, e che la scelta di tale tipo di sanzione rispetto alla tipologia del reato in contestazione – secondo l’interpretazione della Corte EDU, […] esige la ricorrenza di circostanze eccezionali, costituendo essa, per tale fattispecie delittuosa, extrema ratio.». Il P.D. aveva pubblicato post offensivi della reputazione della Signora R.V.V. – moglie del nipote del P.D., in procinto di separarsi – commentandone la «sfera sessuale», ritenendo di aver semplicemente esercitato il «diritto di critica». Conseguentemente la Corte ha «annulla[to] la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte di Appello di Milano. Dichiara[to] inammissibile nel resto il ricorso.».